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Esperienze di vita dal Sudan del Sud-quarta parte

giovedì 19 nov | ore 17.05 | pubblicato da Giovani Democratici Friuli Venezia Giulia

Se potessi avere a disposizione la lampada di Aladino, questi sono i miei tre desideri:

Per prima cosa, vorrei garantire un pasto decente a tutti i sud sudanesi: la fame e la malnutrizione sono ancora problemi  insoluti. So che in questi giorni c’è un importante incontro della FAO a Roma, e la mia speranza è che si analizzino i problemi reali delle popolazioni, e che non si favoriscano  solo le multinazionali.

Qui la terra è bella, fertile, irrigata dal Nilo. Sarebbe perfetta per le coltivazioni.

Al mercato si trovano ananas deliziosi, papaie, manghi. Tutto viene però dall'Uganda; coltivare in Sud Sudan è difficile, nonostante il clima perfetto; la spiegazione è semplice: venti anni di guerra - pensateci bene, 20 anni, venti.

Le conseguenze della guerra sono sconvolgenti: i guerriglieri, di entrambe le parti, quando avevano fame scendevano nei villaggi e facevano razzia. Potete ben capire le sensazioni di chi coltivava la terra. Dopo il primo anno senza frutti, si rimettevano a coltivare ma, appena prono il raccolto, i soldati arrivavano e portavano via tutto.

Questo è accaduto per anni, fino a quando i contadini si sono stufati e hanno abbandonato i campi.

Ad aggravare la situazione, poi, ci sono le mine.

Le mine, gettate a pioggia ovunque, sono una vera maledizione. Ho conosciuto alcuni ragazzi che lavorano come sminatori per l'ONU. Vengono un po' da tutto il mondo e hanno tantissime storie da raccontare.

Grazie a loro 3 anni fa sono state riaperte le strade che collegano Juba alle altre cittadine vicine. Si stanno impegnando a sminare pian piano anche i terreni intorno alla città, ma le priorità ovviamente sono altre.

Qualche giorno fa ho conosciuto uno dei responsabili degli sminatori, un 50enne neozelandese; mi ha parlato del problema delle mine per le coltivazioni: “Anche se noi sminano qualche campo, le piogge torrenziali fanno “scivolare” le mine ovunque.

Quindi anche un campo sminato 2 mesi fa, ora può essere pericoloso. I contadini hanno una fottuta paura. Comunque tu non preoccuparti – mi ha detto – in città a Juba non si corre pericolo. Goditi il tuo anno qui e sii felice!”  poi si è allontanato zoppicando.

Ho chiesto al suo collega italiano come mai zoppicasse;  m’ha spiegato che, mesi fa,  doveva certificare che un campo era stato totalmente sminato dai suoi uomini ed è saltato su una mina mentre stava compilando il foglio di "completata missione". Ha perso una gamba, ma ora è di nuovo qui tra i suoi uomini e cammina grazie a una protesi.

Un’ulteriore informazione: la mina su cui è saltato era di fabbricazione italiana. Ma vi sembra possibile che in Italia si producano tali strumenti di morte? Sono totalmente schifato, bisognerebbe proibirne la produzione!

Se poi il genio volesse continuare ad accontentarmi, sono pronto con un’altra richiesta: debellare la malaria. Un vaccino per questa malattia ancora non c’è. Qui il 70% delle persone che si rivolgono nei centri di salute hanno la malaria, che è una delle maggiori cause di morte qui in Sud Sudan. Stranamente nei kit di farmaci donati dalla comunità internazionale al Sud Sudan di farmaci antimalarici ce n’è pochissimi.

La malaria non sempre uccide, ma può portare varie disabilità: mutismo, cecità, sordità, ritardo mentale… Qualche giorno fa eravamo andati a visitare un centro a Gurey, uno dei pochi centri di salute gestiti solo dal livello statale, simili quindi a quelli del nostro progetto. Lì abbiamo trovato un manager che stava molto male. Di tanto in tanto scappava fuori per liberare lo stomaco. D’improvviso siamo chiamati nella piccola stanza che funziona da farmacia.

Un ragazzo era crollato a terra. Possibile malaria cerebrale. Ovviamente lo carichiamo in auto insieme a suo fratello, ci fermiamo nel suo villaggio (distava almeno 4 km dal centro dove lo abbiamo trovato, che ovviamente aveva percorso a piedi); suo fratello scende, avvisa i parenti che raccattano qualche soldo e montano sul fuoristrada. Durante la strada per Juba (almeno 30 minuti) uno dei vari cugini ci informa che stavano preparandosi per il funerale del papà e della nonna del ragazzo, ma che è prioritario portare lui in ospedale.

Una semplice puntura di zanzara causa migliaia di morti ogni mese.

Prevenire le punture è ovviamente difficile: zanzare ce ne sono a frotte ogni sera. Noi occidentali siamo fortunati e corriamo meno pericoli: abbiamo zanzariere alle porte e alle finestre, oltre che sul letto, e ai primi sintomi ci possiamo fiondare a fare il test, e avere i risultati dopo pochi minuti. I locali invece, prima di fare il test, aspettano di stare “veramente” male. Quindi la cura inizia più tardi, e c’è un maggior rischio di complicanze.

 Terzo e ultimo desiderio (mi accontento di poco): la pace per questo paese.

Il prossimo anno ci saranno le elezioni in tutto il Sudan. Sarà un anno decisivo per le sorti di questo Paese.
In questo mese tutti quelli che vogliono votare nel 2010 devono andare a registrarsi (è diverso dall’Italia, ma è simile a quello che avviene in America dove bisogna appunto registrarsi mesi prima per votare).

La campagna per la registrazione è molto intensa, il presidente del Sud Sudan ha addirittura proclamato 7 giorni di public holiday la scorsa settimana: ovviamente esagerato, come l’Africa. Le giornate di vacanze sono state poi abolite, e la gente ha avuto “solo” un giorno di pausa per andare a registrarsi.

I nostri lavoratori locali l’hanno fatto tutti. Capiscono che questa è l’occasione giusta per far sentire la loro voce, e per poter decidere insieme il futuro del loro paese.

Soprattutto i giovani sono impegnati nella campagna di sensibilizzazione. Ovviamente per tutti il modello preferito è Obama, la sua elezione ha dato una grande speranza anche qui…

Non posso negarlo, mi sto affezionando a questi fratelli sudanesi.

Celestino, uno dei manager dei centri con cui collaboriamo, durante il nostro primo incontro pubblico mi ha accolto così:

“Mister project manager, deve sapere che noi abbiamo la pelle scura, nera. È di questo colore perché noi qui abbiamo tanti problemi. Sono sicuro che quando lei tornerà in Italia, avrà capito quali sono i nostri problemi, e avrà anche lei la pelle un po’ più nera”.

Mi ha fatto capire che in Sud Sudan sono abituati a mangiare la polvere: nonostante le enormi ricchezze naturali rimane uno degli stati più poveri del mondo.

Speriamo che, tra tanta polvere, riescano presto a trovare la lampada di Aladino per realizzare i loro sogni.

 A presto

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