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domenica 16 mag | ore 22.16 | pubblicato da Giovani Democratici Friuli Venezia Giulia
Ciao a tutti,
spero che non vi siate dimenticati di me!
Vi scrivo dopo una mattinata vissuta in perfetto stile sudanese. Mi sono svegliato appena il sole ha illuminato la mia stanza, ma sono rimasto a poltrire, pianificando mentalmente la mia giornata; oggi è sabato, ma ho un meeting con l’health committee di Munuki; posso rilassarmi ancora per qualche minuto: il manager sudanese che l’ha organizzata ha invitato i sudanesi per le 8.30, i kawaga alle 9.30/10; sa benissimo che i locali arriveranno in contemporanea con gli stranieri.
Bevo il te e mi accorgo che Silvia, uscita prima di me, ha iniziato l’ultima confezione di biscotti europei.
Le provviste scarseggiano, visto che i biscotti che si trovano qui hanno un sapore stantio e sono mollicci; abbiamo sempre il sospetto che, nonostante costino come in Italia (quindi siano inaccessibili alla popolazione locale), qui arrivino solo i migliori biscotti scaduti del mondo.
Ne prendo due, sono più che sufficienti: deliziosi e zuccherini, ancora fragranti. Voi che li mangiate ogni giorno non potete capire le sensazioni che provo.
Indosso la camicia ed esco, cercando un driver che mi possa accompagnare al centro sanitario di Munuki, uno dei quartieri più grandi di Juba.
Charles, il mio autista di fiducia, non c’è; è andato dal meccanico senza avvisare nessuno. Potrei arrabbiarmi per l’imprevisto, ma ho deciso di prendermela comoda; cerco Samuel, ma lo trovo impegnato nel risolvere alcuni problemi idraulici. Resta Santo, che trovo mentre sta chiacchierando con le donne delle pulizie.
Chiacchieriamo amabilmente sul pick-up; tutti dicono che Santo sia un duro di poche parole; sarà per i suoi occhi sempre socchiusi stile Clint Eastwood, sarà perché è alto quasi due metri ed indossa sempre una maglietta (originariamente arancione, ora indefinibile)ed una tuta da lavoro blu che lo fa apparire ancora più scuro… però sotto sotto è un amabile chiacchierone.
Gli spiego che, in caso di bisogno, lo chiamerò dopo il meeting; so già che tornerò a casa con lui, ma non voglio farlo preoccupare.
A Juba c’è sempre il coprifuoco. Solitamente dall’una di notte alle cinque del mattino nessuno può muoversi se non l’esercito o la polizia. Dal giorno prima delle elezioni, che si sono svolte in aprile, le cose sono cambiate: prima alle 10 di sera, poi alle 8, alle 5… infine ai non sudanesi è stato proprio consigliato di rimanere nelle proprie “case”, di non uscire dai compound.
L’appuntamento era speciale: erano state definite le prime libere elezioni in Sudan dopo 25 anni di guerra. Non voglio dilungarmi troppo su questo argomento, vi dico solo che nei visi dei sud sudanesi c’era una grande attesa e una grande speranza; purtroppo i politici locali e la comunità internazionale non sono stati in grado di garantire quanto promesso.
Ora tutti aspettano il referendum del 2011, e pensano che dopo il referendum tutto sarà diverso.
Al termine del meeting sono soddisfatto: la comunità sta davvero seguendo attentamente quanto accade nel centro, e vuole rendersi protagonista in prima persona della sostenibilità futura. Tutti mi chiedono dove sia la mia macchina.
Prova a spiegare ad un sudanese che vuoi andare a piedi o usare il “servizio pubblico”. Sei bianco, ricco, hai la macchina a disposizione e vuoi andare a piedi. Sei sicuramente anche matto.
Poi penso che anche in Italia tutti si stupiscono quando dico che non ho la patente, e faccio una risata sotto i baffi.
Inizio a camminare lungo la strada, assaporando gli odori africani, schivando pozzanghere di dubbia origine e cibandomi della polvere che invade la bocca. Ad una panetteria due ragazzi scommettono sulla mia nazionalità: inglese o tedesco? Nessuno dei due indovina, quindi si voltano indispettiti.
Se butto l’occhio oltre i recinti, riconosco la struttura del villaggio africano. Juba non è altro un insieme di migliaia e migliaia di villaggi, ognuno con le sue tribù, le sue famiglie, i suoi riti.
Cammino volentieri perché è una giornata fresca. Le nuvole e un po’ di vento rendono sopportabile la temperatura. Non piove da settimane, e la situazione alimentare fuori dalla città è grave. La stagione delle piogge doveva iniziare a marzo; siamo a maggio e avrà piovuto si e no 5 giorni.
Interruzione inaspettata nella mia giornata sudanese style: è appena rientrata nel compound Alessia, una volontaria di Verona: è stata in clinica e le hanno diagnosticato il tifo.
Credo che nel pomeriggio organizzeremo una bella caccia al tesoro per trovare i farmaci giusti nel magazzino, visto che la persona che se ne occupa è in ferie e visto che, nel weekend, i locali che gestiscono il magazzino sono giustamente a riposo.
Nel frattempo è anche saltata la corrente elettrica.
Sono l’unico volontario maschio nel compound. Oltre a Silvia, la mia ragazza con cui condivido da gennaio l’esperienza, e la tifosa Alessia, ci sono anche Roberta e Valentina, oltre alla comunità che ci ospita, composta da altre 5 italiane.
Una domanda sorge spontanea: Chi credete che metta a stendere i panni? E l’unica persona che ha la pazienza di stirare?
Volevo scrivervi ancora un altro po’, ma gli imprevisti sono iniziati anche oggi e quindi è meglio che mi fermi qui.
A presto, spero
Ale
p.s. lo so, è almeno da dicembre che non scrivo. Alcuni di voi li ho visti a gennaio, quando ero rientrato per una formazione. Gli altri spero di vederli presto. L’health committee è il gruppo di persone della comunità che si occupa del centro sanitario, informando e coinvolgendo la comunità nei servizi forniti, idee progettuali…